Ci sono parole che non nascono per essere accolte, ma per mettere in crisi chi le ascolta o le legge. Ci sono poesie che non si limitano ad una semplice rappresentazione del mondo, ma lo smascherano, lo deformano, lo mettono in discussione. Queste poesie nascono dalla penna e dal genio degli “eretici”, autori non compresi o apertamente rifiutati dai loro contemporanei e diventati imprescindibili nei decenni e nei secoli successivi per la portata rivoluzionaria delle loro opere.
C. Baudelaire
Quando nel 1857 pubblicò Les Fleurs du mal, Baudelaire non venne semplicemente criticato, ma venne processato per oltraggio alla morale pubblica. Lo scandalo determinato dalle sue poesie risiede nel modo in cui i suoi testi si spingono laddove la letteratura del suo tempo non voleva guardare: la città moderna, il corpo, la decomposizione morale, la bellezza che nasce dal male. Uno dei versi più celebri sintetizza perfettamente questa tensione:
“Tu m’as donné ta boue et j’en ai fait de l’or”
“Tu mi hai dato il tuo fango e io ne ho fatto oro”
In questo caso l’eresia non è provocazione, ma trasformazione del rifiuto. Il poeta non fugge dal “fango” del mondo moderno, ma lo assume e lo rinnova. Quella di Baudelaire è una poetica rovesciata rispetto alla tradizione: non parte dal bello per elevarsi, ma dal degradato per creare bellezza.
In molti testi del suo capolavoro emerge lo inoltre lo “spleen”, quella forma di malinconia moderna che non è semplice tristezza, ma disperazione senza via di fuga. In uno dei testi della sezione Spleen l’autore scrive:
“Quand le ciel bas et lourd pèse comme un couvercle…”
“Quando il cielo basso e pesante grava come un coperchio…”
Il mondo non è più aperto o trascendente, ma diventa un peso chiuso sopra l’esistenza. Baudelaire nega ogni consolazione naturale o spirituale immediata e la sua poesia registra la prigionia del vivere.
“Le Poète est semblable au prince des nuées
Exilé sur le sol au milieu des huées…”
“Il Poeta è simile al principe delle nubi
Esiliato a terra in mezzo alle beffe”
L’albatro, maestoso in volo e goffo sulla nave dopo essere stato catturato dai marinai, diventa allegoria del poeta moderno. Dunque, l’eresia di Baudelaire è anche sociale: il poeta è strutturalmente fuori luogo nel mondo borghese.
“Un dérèglement de tous les sens”
“Uno sconvolgimento di tutti i sensi”
Il poeta non osserva passivamente il mondo, ma lo attraversa fino a deformarlo. Di conseguenza la scrittura non passa più dalla misura, ma dall’eccesso, poiché scrivere significa forzare i limiti della percezione. In Une saison en enfer la scrittura diventa anche confessione e condanna allo stesso tempo. In uno dei passaggi più noti Rimbaud scrive:
“J’ai horreur de tous les métiers”
“Ho orrore di tutti i mestieri.”
L’idea tradizionale di poesia viene messa in crisi e scrivere diventa una sorta di battaglia in campo aperto in cui l’io poetico rifiuta ogni forma di stabilità sociale, culturale, identitaria. Inoltre, nelle Illuminations, il mondo che Rimbaud porta tra i suoi versi diventa una visione frammentata, quasi allucinata. Di conseguenza, la parola poetica non descrive più, ma accende immagini, apre scenari e disarticola la realtà.
O. Wilde
Oscar Wilde non è l’eretico della rottura linguistica come Rimbaud, né quello della dissoluzione formale come Mallarmé, ma l’eretico dell’eccesso di coscienza estetica immerso una società che pretendeva misura e conformismo. La sua vita stessa è diventata parte integrante della sua opera: inizialmente brillante e celebrato nei salotti londinesi, sarà poi travolto dal processo del 1895 per gross indecency, che lo porterà alla prigionia e alla rovina sociale. In Wilde, l’eresia non è solo letteraria, ma è esistenziale e pubblica, cioè si configura come una sfida diretta contro i codici morali del suo tempo. In The Picture of Dorian Gray scrive:
“The only way to get rid of a temptation is to yield to it”
“L’unico modo per liberarsi di una tentazione è cederle”
Questa frase condensa la sua “eresia morale”: ciò che la società indica come vizio non viene negato da Wilde, ma viene esplorato e portato alle sue estreme conseguenze.
Una delle sue affermazioni più provocatorie è:
“All art is quite useless”
“Tutta l’arte è completamente inutile”
Dietro l’apparente provocazione si nasconde una posizione radicale: l’arte non deve giustificarsi attraverso l’utilità sociale, ma deve essere autonoma e libera ed è proprio questa libertà a renderla “eretica” agli occhi dei suoi contemporanei.
A. Merini
La sua esperienza nei manicomi milanesi ha segnato tutta la sua produzione letteraria. Proprio in questo contesto emerge una delle sue intuizioni più forti:
“La mia poesia è al di fuori delle regole, come lo sono io”
Qui l’eresia è dichiarata esplicitamente ed è totale: nelle poesie della Merini non c’è un semplice rifiuto delle norme letterarie poiché stare “fuori dalle regole” non significa solo scrivere diversamente, ma anche non essere pienamente collocabili dentro una forma sociale riconosciuta. Dunque la poesia non è un’arte che si esercita dentro un sistema ordinato di tecniche, ma è piuttosto il luogo in cui ciò che è eccedente, fragile o non normalizzabile trova spazio di espressione. Dire che la sua poesia è fuori dalle regole come lei stessa significa mettere in evidenza una continuità irriducibile tra vita e scrittura, sottolineando l'inesistenza di una distanza tra ciò che si è e il modo in cui si scrive.
Per gli eretici la scrittura non è mai un esercizio passivo, ma è uno strumento per reagire di fronte alla disgregazione della propria esperienza esistenziale. In Baudelaire, la parola poetica nasce da una tensione permanente tra attrazione e disgusto per il mondo moderno: lo “spleen” non è solo un tema poetico, ma una tragica condizione esistenziale e la trasformazione del “fango in oro” è un chiaro tentativo di dare una forma a qualcosa che altrimenti resterebbe insopportabile. La poesia diventa così una forma di trasfigurazione del dolore, non per eliminarlo, ma per renderlo dicibile. In Rimbaud questa funzione si radicalizza. Il celebre “Je est un autre” (“Io è un altro”) descrive una insanabile frattura dell’identità e proprio davanti a questa apertura estrema la poesia diventa l’unico spazio in cui l’io può sopravvivere alla propria dissoluzione. Per Alda Merini, la poesia è sopravvivenza in quanto è l’unico luogo in cui un’identità esclusa riesce a riconoscersi e ad esprimersi. In tutti questi casi la parola non elimina la sofferenza, ma la attraversa, la organizza, la rende comunicabile. E se da una parte la scrittura è un tentativo di cura, è altrettanto evidente che per questi autori essa sia soprattutto uno strumento di esplorazione dell’io. Per esempio, secondo Baudelaire, l’io è costantemente diviso tra desiderio di elevazione e attrazione per la caduta e la poesia non risolve questa frattura, ma la accoglie mettendola in scena.
Sorge allora spontanea una domanda: la scrittura può davvero essere uno strumento di cura? È dalla sofferenza, dalla frattura, dall’eccesso, dall’incompiutezza che nasce l’arte? A ciascun lettore la propria risposta.
C. Baudelaire, S. Mallarmé, A. Rimbaud, G. Apollinaire, O. Wilde, T.S. Eliot e tanti altri sono stati condannati dal loro tempo per poi essere riscoperti come voci che hanno osato pensare, scrivere, vivere andando controcorrente. Sono proprio queste le voci che hanno trovato spazio nello spettacolo “Gli eretici” di Fabio Doriali a cui le classi 5A, 5C e 5U hanno assistito in occasione del Festival della Poesia 2026. Tale spettacolo nasce come un reading di poesie in tre lingue — italiano, francese e inglese — ma sin dai primi versi supera l’idea della semplice antologia di testi, trasformandosi in un’esperienza di ascolto e immersione nelle vite di autori nati “maledetti” e diventati immortali. Esclusione sociale, scandalo morale, distanza dal gusto del pubblico, vite sospese tra la genialità e la sofferenza: tutto questo costituisce il motore delle poesie degli “eretici”, autori che hanno introdotto forme, immagini e temi spostando linguaggio e contenuto oltre il confine del comprensibile nell’immediato; autori inizialmente respinti e in seguito consacrati come fondatori della poesia moderna.
C. Baudelaire
Quando nel 1857 pubblicò Les Fleurs du mal, Baudelaire non venne semplicemente criticato, ma venne processato per oltraggio alla morale pubblica. Lo scandalo determinato dalle sue poesie risiede nel modo in cui i suoi testi si spingono laddove la letteratura del suo tempo non voleva guardare: la città moderna, il corpo, la decomposizione morale, la bellezza che nasce dal male. Uno dei versi più celebri sintetizza perfettamente questa tensione:
“Tu m’as donné ta boue et j’en ai fait de l’or”
“Tu mi hai dato il tuo fango e io ne ho fatto oro”
In questo caso l’eresia non è provocazione, ma trasformazione del rifiuto. Il poeta non fugge dal “fango” del mondo moderno, ma lo assume e lo rinnova. Quella di Baudelaire è una poetica rovesciata rispetto alla tradizione: non parte dal bello per elevarsi, ma dal degradato per creare bellezza.
In molti testi del suo capolavoro emerge lo inoltre lo “spleen”, quella forma di malinconia moderna che non è semplice tristezza, ma disperazione senza via di fuga. In uno dei testi della sezione Spleen l’autore scrive:
“Quand le ciel bas et lourd pèse comme un couvercle…”
“Quando il cielo basso e pesante grava come un coperchio…”
Il mondo non è più aperto o trascendente, ma diventa un peso chiuso sopra l’esistenza. Baudelaire nega ogni consolazione naturale o spirituale immediata e la sua poesia registra la prigionia del vivere.
“Le Poète est semblable au prince des nuées
Exilé sur le sol au milieu des huées…”
“Il Poeta è simile al principe delle nubi
Esiliato a terra in mezzo alle beffe”
L’albatro, maestoso in volo e goffo sulla nave dopo essere stato catturato dai marinai, diventa allegoria del poeta moderno. Dunque, l’eresia di Baudelaire è anche sociale: il poeta è strutturalmente fuori luogo nel mondo borghese.
A. Rimbaud
Rimbaud definisce la poesia come:
“Un dérèglement de tous les sens”
“Uno sconvolgimento di tutti i sensi”
Il poeta non osserva passivamente il mondo, ma lo attraversa fino a deformarlo. Di conseguenza la scrittura non passa più dalla misura, ma dall’eccesso, poiché scrivere significa forzare i limiti della percezione. In Une saison en enfer la scrittura diventa anche confessione e condanna allo stesso tempo. In uno dei passaggi più noti Rimbaud scrive:
“J’ai horreur de tous les métiers”
“Ho orrore di tutti i mestieri.”
L’idea tradizionale di poesia viene messa in crisi e scrivere diventa una sorta di battaglia in campo aperto in cui l’io poetico rifiuta ogni forma di stabilità sociale, culturale, identitaria. Inoltre, nelle Illuminations, il mondo che Rimbaud porta tra i suoi versi diventa una visione frammentata, quasi allucinata. Di conseguenza, la parola poetica non descrive più, ma accende immagini, apre scenari e disarticola la realtà.
O. Wilde
Oscar Wilde non è l’eretico della rottura linguistica come Rimbaud, né quello della dissoluzione formale come Mallarmé, ma l’eretico dell’eccesso di coscienza estetica immerso una società che pretendeva misura e conformismo. La sua vita stessa è diventata parte integrante della sua opera: inizialmente brillante e celebrato nei salotti londinesi, sarà poi travolto dal processo del 1895 per gross indecency, che lo porterà alla prigionia e alla rovina sociale. In Wilde, l’eresia non è solo letteraria, ma è esistenziale e pubblica, cioè si configura come una sfida diretta contro i codici morali del suo tempo. In The Picture of Dorian Gray scrive:
“The only way to get rid of a temptation is to yield to it”
“L’unico modo per liberarsi di una tentazione è cederle”
Questa frase condensa la sua “eresia morale”: ciò che la società indica come vizio non viene negato da Wilde, ma viene esplorato e portato alle sue estreme conseguenze.
Una delle sue affermazioni più provocatorie è:
“All art is quite useless”
“Tutta l’arte è completamente inutile”
Dietro l’apparente provocazione si nasconde una posizione radicale: l’arte non deve giustificarsi attraverso l’utilità sociale, ma deve essere autonoma e libera ed è proprio questa libertà a renderla “eretica” agli occhi dei suoi contemporanei.
A. Merini
La sua esperienza nei manicomi milanesi ha segnato tutta la sua produzione letteraria. Proprio in questo contesto emerge una delle sue intuizioni più forti:
“La mia poesia è al di fuori delle regole, come lo sono io”
Qui l’eresia è dichiarata esplicitamente ed è totale: nelle poesie della Merini non c’è un semplice rifiuto delle norme letterarie poiché stare “fuori dalle regole” non significa solo scrivere diversamente, ma anche non essere pienamente collocabili dentro una forma sociale riconosciuta. Dunque la poesia non è un’arte che si esercita dentro un sistema ordinato di tecniche, ma è piuttosto il luogo in cui ciò che è eccedente, fragile o non normalizzabile trova spazio di espressione. Dire che la sua poesia è fuori dalle regole come lei stessa significa mettere in evidenza una continuità irriducibile tra vita e scrittura, sottolineando l'inesistenza di una distanza tra ciò che si è e il modo in cui si scrive.
Per gli eretici la scrittura non è mai un esercizio passivo, ma è uno strumento per reagire di fronte alla disgregazione della propria esperienza esistenziale. In Baudelaire, la parola poetica nasce da una tensione permanente tra attrazione e disgusto per il mondo moderno: lo “spleen” non è solo un tema poetico, ma una tragica condizione esistenziale e la trasformazione del “fango in oro” è un chiaro tentativo di dare una forma a qualcosa che altrimenti resterebbe insopportabile. La poesia diventa così una forma di trasfigurazione del dolore, non per eliminarlo, ma per renderlo dicibile. In Rimbaud questa funzione si radicalizza. Il celebre “Je est un autre” (“Io è un altro”) descrive una insanabile frattura dell’identità e proprio davanti a questa apertura estrema la poesia diventa l’unico spazio in cui l’io può sopravvivere alla propria dissoluzione. Per Alda Merini, la poesia è sopravvivenza in quanto è l’unico luogo in cui un’identità esclusa riesce a riconoscersi e ad esprimersi. In tutti questi casi la parola non elimina la sofferenza, ma la attraversa, la organizza, la rende comunicabile. E se da una parte la scrittura è un tentativo di cura, è altrettanto evidente che per questi autori essa sia soprattutto uno strumento di esplorazione dell’io. Per esempio, secondo Baudelaire, l’io è costantemente diviso tra desiderio di elevazione e attrazione per la caduta e la poesia non risolve questa frattura, ma la accoglie mettendola in scena.
Sorge allora spontanea una domanda: la scrittura può davvero essere uno strumento di cura? È dalla sofferenza, dalla frattura, dall’eccesso, dall’incompiutezza che nasce l’arte? A ciascun lettore la propria risposta.
Sofia Sarpone, 5C




