Martedì 24 febbraio la classe 3ALav si è recata alla Torbiera di Laveno insieme agli esperti di Idrogea per vivere un’esperienza sul campo a stretto contatto con la natura. Il pullman ci ha accompagnati fino all’inizio del percorso e, dopo circa venti minuti di camminata, abbiamo incontrato le guide.
Gli esperti ci hanno consegnato un taccuino, invitandoci a sperimentare una tecnica chiamata psicogeografia. La psicogeografia è una pratica che nasce dall’idea che i luoghi influenzino le nostre emozioni, i nostri pensieri e i nostri comportamenti. Si cammina in uno spazio — urbano o naturale — lasciandosi guidare dalle sensazioni, osservando con attenzione ciò che ci circonda e annotando impressioni, stati d’animo, immagini, suoni e riflessioni personali. Non si tratta solo di descrivere ciò che si vede, ma di raccontare il rapporto tra noi e l’ambiente, per esplorare come il paesaggio modelli la nostra esperienza interiore.
Sul taccuino abbiamo quindi scritto tutto ciò che ci veniva in mente: suoni, odori, dettagli, emozioni e pensieri spontanei.
Sul taccuino abbiamo quindi scritto tutto ciò che ci veniva in mente: suoni, odori, dettagli, emozioni e pensieri spontanei.
Dopo questa prima consegna, abbiamo iniziato il cammino verso la torbiera. Durante il percorso abbiamo attraversato una sorta di passaggio graduale: prima ci siamo svincolati dal paesaggio urbano, poi ci siamo allontanati sempre di più dalle abitazioni e infine ci siamo immersi completamente nella natura, quasi “imboscandoci” verso la zona umida.
Nel corso della mezz’ora di cammino abbiamo percepito moltissimi elementi: l’abbaiare dei cani in lontananza, alberi spogli tipici della stagione invernale, tracce di animali come sterco e impronte, cavalli nei prati, piccoli torrenti e muretti a secco. Proprio all’interno di uno di questi muretti abbiamo osservato una piccola salamandra nera con puntini colorati.
Gli esperti ci hanno fatto riflettere sulla presenza di molte specie aliene, cioè piante o animali non originari di quel territorio, introdotti dall’uomo volontariamente o accidentalmente. Alcune di queste specie si diffondono rapidamente e rischiano di alterare l’equilibrio dell’ecosistema, anche a causa del riscaldamento globale che rende il clima più favorevole alla loro espansione.
Un esempio è il bambù, che può crescere in modo invasivo e soffocare le specie autoctone. Questo fenomeno rientra nei processi di alterazione degli ambienti naturali che, in generale, possono essere collegati anche all’eutrofizzazione: un processo per cui un ambiente acquatico si arricchisce eccessivamente di sostanze nutritive (come azoto e fosforo), provocando una crescita incontrollata di alghe e piante, con conseguente riduzione dell’ossigeno nell’acqua e danni alla fauna.
A un certo punto ci è stata posta una domanda: come possiamo capire di essere vicini a una zona umida? La risposta si trova nella vegetazione. La presenza di canneti e di sfagni (muschi tipici delle torbiere) è un chiaro indicatore di un ambiente ricco d’acqua. Gli sfagni, in particolare, sono fondamentali perché trattengono grandi quantità d’acqua e contribuiscono alla formazione della torba.
Avvicinandoci alla torbiera abbiamo notato una zona rialzata. Circa cinquant’anni fa quell’area veniva utilizzata come discarica di vetro: ancora oggi, infatti, si possono vedere numerose bottiglie tra il terreno. Questo ci ha fatto capire quanto l’azione dell’uomo possa lasciare segni duraturi nel paesaggio.
Successivamente abbiamo riflettuto su una domanda più profonda: che cos’è il paesaggio. Dal punto di vista filosofico, il paesaggio non è solo un insieme di elementi naturali o artificiali, ma è il risultato dell’incontro tra un luogo e lo sguardo di chi lo osserva. È una realtà fatta di materia ma anche di percezioni, memoria, cultura e significati. Il paesaggio è quindi un dialogo continuo tra l’essere umano e l’ambiente: non esiste solo fuori di noi, ma anche dentro di noi.
Gli esperti ci hanno poi raccontato che, all’inizio, intorno al 2008, quella palude non esisteva. Nel 2012 si iniziavano a vedere i primi segnali della sua formazione, ma è stato necessario intervenire per evitare che l’area si espandesse in modo incontrollato. Per farlo sono stati utilizzati mezzi molto grandi, come escavatori e ruspe, che si muovevano sull’acqua grazie a speciali passerelle. Questi mezzi scavavano il fango dal fondale e lo trasportavano sulla riva.
Un giorno, però, uno scavatore è sprofondato nel terreno fangoso; per questo motivo si è deciso di utilizzare una ruspa con un braccio lungo circa 15 metri, capace di raccogliere il fango da lontano e depositarlo sul bordo senza rischiare di affondare.
Il periodo migliore per intervenire è tra novembre e dicembre, quando le temperature sono basse e l’acqua può ghiacciare, rendendo il terreno più stabile. I lavori devono concludersi entro febbraio, perché successivamente inizia la stagione riproduttiva di anfibi e uccelli.
Durante i lavori, infatti, erano state create passerelle rialzate di circa 30-35 cm per permettere agli anfibi di spostarsi senza essere danneggiati.
Al termine dell’esperienza, gli esperti ci hanno consegnato una guida alle professioni: un fascicolo dedicato alle discipline STEM (Science, Technology, Engineering, Mathematics). Si tratta di un manuale orientativo che spiega quanto siano importanti le competenze scientifiche e tecnologiche nel mondo di oggi, quali siano le principali professioni legate a questi ambiti, quali competenze chiave siano richieste e come capire se una carriera STEM possa fare per noi.
È stato un modo per collegare l’esperienza vissuta in natura con le possibili opportunità future di studio e lavoro.
Questa uscita non è stata soltanto una semplice visita didattica, ma un’occasione per osservare con occhi diversi il territorio, comprendere la fragilità degli ecosistemi e riflettere sul nostro ruolo nella loro tutela.
Attraverso la psicogeografia abbiamo imparato che ogni luogo parla, e che sta a noi imparare ad ascoltarlo.
Nel corso della mezz’ora di cammino abbiamo percepito moltissimi elementi: l’abbaiare dei cani in lontananza, alberi spogli tipici della stagione invernale, tracce di animali come sterco e impronte, cavalli nei prati, piccoli torrenti e muretti a secco. Proprio all’interno di uno di questi muretti abbiamo osservato una piccola salamandra nera con puntini colorati.
Gli esperti ci hanno fatto riflettere sulla presenza di molte specie aliene, cioè piante o animali non originari di quel territorio, introdotti dall’uomo volontariamente o accidentalmente. Alcune di queste specie si diffondono rapidamente e rischiano di alterare l’equilibrio dell’ecosistema, anche a causa del riscaldamento globale che rende il clima più favorevole alla loro espansione.
Un esempio è il bambù, che può crescere in modo invasivo e soffocare le specie autoctone. Questo fenomeno rientra nei processi di alterazione degli ambienti naturali che, in generale, possono essere collegati anche all’eutrofizzazione: un processo per cui un ambiente acquatico si arricchisce eccessivamente di sostanze nutritive (come azoto e fosforo), provocando una crescita incontrollata di alghe e piante, con conseguente riduzione dell’ossigeno nell’acqua e danni alla fauna.
A un certo punto ci è stata posta una domanda: come possiamo capire di essere vicini a una zona umida? La risposta si trova nella vegetazione. La presenza di canneti e di sfagni (muschi tipici delle torbiere) è un chiaro indicatore di un ambiente ricco d’acqua. Gli sfagni, in particolare, sono fondamentali perché trattengono grandi quantità d’acqua e contribuiscono alla formazione della torba.
Avvicinandoci alla torbiera abbiamo notato una zona rialzata. Circa cinquant’anni fa quell’area veniva utilizzata come discarica di vetro: ancora oggi, infatti, si possono vedere numerose bottiglie tra il terreno. Questo ci ha fatto capire quanto l’azione dell’uomo possa lasciare segni duraturi nel paesaggio.
Successivamente abbiamo riflettuto su una domanda più profonda: che cos’è il paesaggio. Dal punto di vista filosofico, il paesaggio non è solo un insieme di elementi naturali o artificiali, ma è il risultato dell’incontro tra un luogo e lo sguardo di chi lo osserva. È una realtà fatta di materia ma anche di percezioni, memoria, cultura e significati. Il paesaggio è quindi un dialogo continuo tra l’essere umano e l’ambiente: non esiste solo fuori di noi, ma anche dentro di noi.
Gli esperti ci hanno poi raccontato che, all’inizio, intorno al 2008, quella palude non esisteva. Nel 2012 si iniziavano a vedere i primi segnali della sua formazione, ma è stato necessario intervenire per evitare che l’area si espandesse in modo incontrollato. Per farlo sono stati utilizzati mezzi molto grandi, come escavatori e ruspe, che si muovevano sull’acqua grazie a speciali passerelle. Questi mezzi scavavano il fango dal fondale e lo trasportavano sulla riva.
Un giorno, però, uno scavatore è sprofondato nel terreno fangoso; per questo motivo si è deciso di utilizzare una ruspa con un braccio lungo circa 15 metri, capace di raccogliere il fango da lontano e depositarlo sul bordo senza rischiare di affondare.
Il periodo migliore per intervenire è tra novembre e dicembre, quando le temperature sono basse e l’acqua può ghiacciare, rendendo il terreno più stabile. I lavori devono concludersi entro febbraio, perché successivamente inizia la stagione riproduttiva di anfibi e uccelli.
Durante i lavori, infatti, erano state create passerelle rialzate di circa 30-35 cm per permettere agli anfibi di spostarsi senza essere danneggiati.
Al termine dell’esperienza, gli esperti ci hanno consegnato una guida alle professioni: un fascicolo dedicato alle discipline STEM (Science, Technology, Engineering, Mathematics). Si tratta di un manuale orientativo che spiega quanto siano importanti le competenze scientifiche e tecnologiche nel mondo di oggi, quali siano le principali professioni legate a questi ambiti, quali competenze chiave siano richieste e come capire se una carriera STEM possa fare per noi.
È stato un modo per collegare l’esperienza vissuta in natura con le possibili opportunità future di studio e lavoro.
Questa uscita non è stata soltanto una semplice visita didattica, ma un’occasione per osservare con occhi diversi il territorio, comprendere la fragilità degli ecosistemi e riflettere sul nostro ruolo nella loro tutela.
Attraverso la psicogeografia abbiamo imparato che ogni luogo parla, e che sta a noi imparare ad ascoltarlo.
Alice Picheca (3ALav)