La signora dei fanghi: storia di una fanghina di Abano Terme

Quella che sto per raccontare è la storia di una donna semplice ma straordinaria, custode di un mestiere antico e profondamente legato alla tradizione termale veneta. È la storia della mia bisnonna, una fanghina di Abano Terme, un paesino in provincia di Padova famoso in tutta Europa per le sue acque e i suoi fanghi curativi. Nata nel 1940, crebbe in un Veneto ancora rurale, dove il lavoro era fatica ma anche orgoglio.

Da giovane scelse una professione particolare, che richiedeva competenza, delicatezza e una grande conoscenza del corpo umano. Per diventare fanghina, infatti, studiò due anni di medicina, specializzandosi in anatomia: una preparazione indispensabile per comprendere le patologie delle pazienti e applicare correttamente i trattamenti termali.

La fanghina era una figura centrale nelle strutture termali. Non era una semplice addetta ai trattamenti, ma una professionista che seguiva con precisione le indicazioni dei medici e si prendeva cura delle pazienti con attenzione quasi artigianale. La mia bisnonna lavorò per molti anni nell’ex Hotel Adriatico, una struttura rinomata dell’epoca, che oggi ha cambiato nome ma pratica ancora queste terapie tradizionali. Il suo lavoro iniziava accogliendo le signore che arrivavano con la prescrizione medica. Le faceva accomodare sul lettino e, mentre loro si rilassavano, lei leggeva attentamente la ricetta per capire quali disturbi dovessero essere trattati: reumatismi, dolori articolari, infiammazioni o semplicemente la necessità di un trattamento rigenerante.

Il fango utilizzato proveniva da grandi vasche esterne, dove maturava per mesi grazie all’acqua termale ricca di minerali. La temperatura variava tra i 36 e i 37 gradi, ma veniva regolata in base alle esigenze della paziente. Una volta pronto, iniziava il rituale del trattamento. La fanghina stendeva il fango caldo sul corpo con movimenti lenti e precisi, modellandolo come una seconda pelle. Poi ricopriva la paziente con un lenzuolo per trattenere il calore e aggiungeva una coperta, creando una sorta di camera termica naturale. Il fango rimaneva in posa per dieci o quindici minuti, durante i quali il calore penetrava nei tessuti, scioglieva le tensioni e alleviava i dolori.

Terminata la posa, iniziava la fase di pulizia. La paziente veniva accompagnata alla doccia, dove eliminava il grosso del fango, e poi immersa in una vasca profonda con acqua termale arricchita di ozono, si completava la pulizia e si stimolava la circolazione.

Era un trattamento che univa scienza, tradizione e cura personale. Le donne si affidavano completamente alle mani esperte della fanghina, trovando sollievo non solo fisico ma anche emotivo.

Con il passare degli anni, molte strutture termali hanno modernizzato o abbandonato queste pratiche. Anche l’ex Hotel Adriatico ha cambiato nome e indirizzo terapeutico. Ma il ricordo di quel mestiere, della sua dignità e della sua importanza, vive ancora nelle storie di chi lo ha praticato con passione. La mia bisnonna è stata una di queste persone: una donna che, con il suo lavoro silenzioso e preciso, ha contribuito al benessere di generazioni di pazienti e ha custodito un pezzo prezioso della cultura termale veneta.

Alice Picheca (3ALAV)