Il peso della Storia e il dovere del ricordo

“Per troppo tempo le sofferenze patite dagli italiani giuliano-dalmati con la tragedia delle foibe e dell’esodo hanno costituito una pagina strappata nel libro della nostra storia”. Sono queste le parole pronunciate dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella in merito a uno dei capitoli che più pesa sulle spalle della storia del nostro Paese e a cui oggi il ricordo dà finalmente voce. Infatti, con la legge n. 92 del 30 marzo 2004 in Italia è stato istituito, nella giornata del 10 febbraio di ogni anno, il Giorno del ricordo in memoria delle vittime delle foibe e dell'esodo giuliano-dalmata, in una data che ricorda il Trattato di Parigi siglato nel 1947, il quale assegnò alla Jugoslavia buona parte della Venezia Giulia e la Provincia di Zara. Queste le motivazioni che si leggono nel testo normativo: “La Repubblica riconosce il 10 febbraio quale “Giorno del ricordo” al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell'esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale. Nella giornata [...] sono previste iniziative per diffondere la conoscenza dei tragici eventi presso i giovani delle scuole di ogni ordine e grado”.




Così il 10 febbraio 2026 la classe 5C ha partecipato ad un incontro dal titolo “Fascismo, foibe ed esodo al confine orientale italiano”, tenuto dal prof. Giancarlo Restelli e organizzato dal Comune di Luino in collaborazione con la sezione locale dell’ANPI.



Ad un anno di distanza dalla disfatta di Caporetto (24 ottobre 1917) l’esercito italiano riuscì a sconfiggere gli austriaci a Vittorio Veneto e il 4 novembre 1918 venne firmato l’armistizio di Villa Giusti. L’Italia uscì dunque vincitrice dalla Prima guerra mondiale (1914-1918) e poté sedere dalla parte dei vincitori alla Conferenza di pace di Parigi apertasi nel gennaio 1919, durante la quale la delegazione italiana, guidata dal ministro degli esteri Sidney Sonnino e dal primo ministro Vittorio Emanuele Orlando, richiese quanto stabilito dal Patto di Londra (26 aprile 1915), ovvero l’ottenimento di Trento, Trieste, Istria e Dalmazia, oltre che della città di Fiume, abitata perlopiù da italiani. Gli stati vincitori non accettarono le richieste dell’Italia, che ottenne solo Trento, Trieste, e Istria, mentre la Dalmazia venne assegnata al Regno dei Serbi, Sloveni e Croati; Fiume venne posta sotto il controllo della Società delle Nazioni. Nel 1920, a seguito della nota impresa di Fiume guidata dal poeta vate Gabriele d’Annunzio e dopo il ritorno di Giovanni Giolitti sulla scena politica italiana venne stipulato il Trattato di Rapallo, il quale stabilì che l’Italia avrebbe mantenuto il possesso su Trento, Trieste, Istria e Zara (in Dalmazia), mentre al futuro Regno di Jugoslavia venne riconosciuto il possesso della Dalmazia.

Le regioni poste sotto il controllo italiano erano caratterizzate da una composizione plurilingue e plurietnica: gli italiani abitavano prevalentemente le città costiere, mentre nelle campagne e nell’entroterra vi erano perlopiù sloveni e croati; tale eterogeneità, di complessa gestione già sotto l’ormai dissolto Impero austro-ungarico, divenne ancor più tesa sotto la sovranità italiana. A seguito dell’avvento del regime fascista, Benito Mussolini avviò una politica di italianizzazione forzata, la quale prevedeva la chiusura delle scuole slovene e croate, il divieto di parlare lingue slave, l’italianizzazione dei cognomi, la repressione di associazioni culturali locali.

Il 6 aprile 1941, durante la Seconda guerra mondiale, l'invasione della Jugoslavia fu una rapida offensiva delle potenze dell'Asse che portò alla capitolazione del Regno di Jugoslavia in soli undici giorni. L'attacco, noto come "Operazione 25" e preceduto da un colpo di Stato a Belgrado (27 marzo 1941), smembrò il paese, permettendo all'Italia di annettere la Slovenia meridionale e parte della Dalmazia. L’aggressione italiana fu feroce: repressioni, fucilazioni e deportazioni nei campi di concentramento italiani (noto quello di Arbe) contribuirono ad alimentare l’odio nei confronti dell’Italia fascista.

L’8 settembre 1943 il popolo italiano venne informato della firma dell’Armistizio di Cassibile grazie al proclama del primo ministro Pietro Badoglio trasmesso dai microfoni dell'EIAR; l'annuncio ebbe come esito l'invasione dei territori italiani da parte delle forze armate tedesche (Operazione Achse) e l'inizio della Resistenza. Le conseguenze furono drammatiche: l’esercito italiano, in mancanza di ordini chiari, si sciolse, le strutture amministrative giunsero al collasso e nelle regioni dell’Adriatico orientale l’autorità italiana si sgretolò nel giro di pochi giorni. In questo spazio di disgregazione politica e vuoto di potere intervennero i partigiani comunisti jugoslavi guidati da Josip Broz, meglio noto come Tito. Si verificò così l’occupazione di municipi e caserme e vennero arrestati gerarchi fascisti, podestà, militari, proprietari terrieri, carabinieri, funzionari pubblici. Proprio in questo contesto, a partire dall’autunno 1943, iniziarono i massacri delle foibe, eccidi il cui nome deriva dai grandi inghiottitoi naturali tipici dei territori carsici (chiamati in Venezia Giulia "foibe") in cui venivano gettate le vittime, spesso ancora vive. Le uccisioni si svolgevano in maniera spaventosamente crudele: i condannati venivano legati l'un l'altro con un lungo filo di ferro stretto ai polsi e schierati sugli argini delle foibe. Quindi si apriva il fuoco trapassando, a raffiche di mitra, non tutto il gruppo, ma soltanto i primi tre o quattro della catena i quali, precipitando nell'abisso, trascinavano con sé gli altri sventurati, condannati così a tentare per giorni la sopravvivenza sui fondali delle voragini, tra cadaveri dei loro compagni. Gli storici non considerano questa prima fase degli infoibamenti (settembre-ottobre 1943) esclusivamente come una “pulizia etnica” o solo come una “epurazione politica” ma come il risultato dell’intreccio di questi due fenomeni.

La seconda ondata degli infoibamenti si colloca invece nella primavera del 1945 dopo il crollo del Terzo Reich e il ritiro delle forze tedesche dall’Italia nord-orientale. Il 1° maggio 1945 le truppe di Tito entrarono a Trieste anticipando di un giorno gli Alleati e fino a metà giugno la città e parte della Venezia Giulia restarono sotto il controllo jugoslavo. In questa seconda fase le violenze furono più estese e sistematicamente organizzate: arresti di massa, deportazioni, uccisioni e infoibamenti portarono a un numero elevato di vittime tra militari italiani, funzionari pubblici, esponenti politici non comunisti e civili considerati potenziali nemici della causa jugoslavo-comunista.

Strettamente legato ai massacri delle foibe è l'esodo giuliano-dalmata, consistito nell'emigrazione forzata della maggioranza dei cittadini di nazionalità e di lingua italiana dalla Venezia Giulia e dalla Dalmazia che si verificò a partire dalla fine della Seconda guerra mondiale e nel decennio successivo, con un’ondata significativa registrata a seguito della firma del Trattato di pace di Parigi (1947) che assegnò alla Jugoslavia la provincia di Zara, gran parte della provincia dell'Istria e l'entroterra triestino e goriziano. Si stima che i giuliani (in particolare istriani e fiumani) e i dalmati italiani che emigrarono dalle loro terre di origine ammontino a un numero compreso tra le 250.000 e le 350.000 persone tra impiegati pubblici, operai specializzati, docenti, commercianti, pescatori, molti dei quali scelsero di partire da Pola e da Fiume per raggiungere via mare Venezia e Ancona. L'esodo divise lo schieramento politico italiano, cosa che si riflette nell'accoglienza riservata agli esuli in Italia, segnata da iniziative di solidarietà e da episodi di ostilità: il Partito Comunista Italiano assunse spesso posizioni ostili o ambigue verso gli esuli, mentre lo Stato guidato dal governo De Gasperi e la Chiesa cattolica garantirono loro assistenza e sostegno materiale.

Per metonimia, nella memoria collettiva “infoibati” sono tutti gli italiani uccisi per mano dei comunisti jugoslavi nell’autunno del 1943 e nella primavera del 1945, inseriti in un complesso sistema di violenze che si è servito dei più svariati strumenti, oltre che delle foibe. Una quantificazione precisa delle vittime è pressoché impossibile a causa di una generale mancanza di documenti, in quanto il Governo jugoslavo (e successivamente quello croato) non ha mai accettato di partecipare a inchieste per determinare il numero di decessi; le stime più recenti quantificano tra 3000 e 5000 il numero delle vittime.

Corpi, vite, storie che hanno un posto nella “pagina strappata” di cui parla il presidente Mattarella e che spetta a noi ricucire nel libro della nostra storia. Una pagina nelle cui righe si intrecciano gli esiti del primo conflitto mondiale, le violenze del regime fascista, complesse responsabilità italiane (a cominciare dall’italianizzazione forzata) e il dolore di intere famiglie, che per molto tempo è stato relegato in un cono d’ombra della memoria collettiva. Una “pagina strappata” che nel suo silenzio ha reso le vite coinvolte nei massacri delle foibe e nell’esodo giuliano-dalmata doppiamente vittime: prima della violenza e poi dell’oblio. Dunque, quanto accaduto nell’autunno del 1943 e nella primavera del 1945 ci pone di fronte alla responsabilità della conoscenza e al dovere del ricordo. Dare voce ai fatti significa compiere un atto consapevole con cui si evita che le storie di chi ha scritto la “pagina strappata” cadano nell’abisso della sospensione della memoria; significa essere protagonisti di un impegno collettivo che alimenta la maturità storica, per prendere atto del “peso” del passato e scegliere consapevolmente e responsabilmente di riportarlo alla luce non solo con le sue tappe gloriose, ma anche e soprattutto con i suoi errori e le sue ferite.

Sofia Sarpone, 5C