Conobbi Arianna Szörényi nell’estate del 2017, mentre trascorreva un periodo di degenza presso la Casa di Cura Le Terrazze di Cunardo, in provincia di Varese. Nonostante l’età (la signora al tempo aveva ottantaquattro anni) e i problemi fisici che l’avevano costretta alla riabilitazione, Arianna mostrò una gentilezza squisita e soprattutto una straordinaria lucidità nel raccontarmi i tragici eventi che avevano irrimediabilmente segnato la sua infanzia. Ebbi modo di intervistarla almeno tre volte dopo il nostro primo incontro, due delle quali fui accompagnato e supportato dal professor Emilio Rossi, presidente dell’ANPI di Luino (sul cui sito www.anpiluino.it è possibile rintracciare la testimonianza). Il racconto che segue è tratto da quelle interviste e dal libro che la stessa Arianna Szörényi scrisse in collaborazione con Mario Bernardi, Una bambina ad Auschwitz, edito da Mursia nel 2014.
Arianna nasce a Fiume nel 1933 da padre ebreo e madre cattolica, entrambi di origini ungheresi. È la più piccola di una famiglia numerosa e allegra di cui fanno parte anche sette fratelli, tutti battezzati: Dino, Carlo, Stella, Daisy, Rosetta, Lea ed Edith. Pieni di tenerezza sono gli anni della sua infanzia, segnati dall’affetto smisurato di una famiglia così bella. Le leggi razziali del ’38 tuttavia interrompono bruscamente l’idillio familiare e spezzano questa invidiabile armonia. Il padre di Arianna viene immediatamente licenziato dalla banca presso cui lavora e gli Szörényi vengono sfollati a San Daniele del Friuli dove già vive Edith, la sorella maggiore, che si è sposata con un italiano. Qui la vita sembra riprendere il suo corso normale, senz’altro più modesto, ma tutto sommato sereno. Il padre e i fratelli trovano lavoro come operai nella fabbrica Todt di Osoppo, Arianna e le sorelle vanno a scuola e si distinguono per educazione e intelligenza.
Il 16 giugno 1944 Arianna viene svegliata alle cinque del mattino nel modo più amorevole possibile dalla mamma sul cui viso, però, sono evidenti i segni di un’indicibile apprensione: a causa della delazione di un impiegato comunale tutta la famiglia viene deportata prima al Comando SS di Udine poi alla Risiera di San Sabba a Trieste. È il punto di non ritorno, da questo momento le parole d’amore, le uniche che Arianna aveva conosciuto, si trasformano in parole cariche d’odio con cui i suoi aguzzini si rivolgono a lei e ai suoi cari in una lingua straniera, a cominciare da una delle più ricorrenti, Stück (“pezzo”), con cui i tedeschi freddamente catalogano i prigionieri.
«Perché ci trattano male, mamma? Che cosa abbiamo fatto?» Domande che nella loro ingenuità non riescono a trovare risposta. A San Sabba nella notte alle minacce fanno seguito torture e uccisioni, è l’inizio dell’orrore.
Il 22 luglio gli Szörényi vengono deportati ad Auschwitz-Birkenau, dopo sei giorni di viaggio infame nei vagoni della morte. Qui immediatamente gli uomini sono separati dalle donne e Arianna non avrà più notizie del padre e dei fratelli. Insieme alla mamma e alle sorelle viene condotta al Waschraum (“docce”) di cui si sono sentiti racconti terribili. La mamma traduce con dolcezza dal tedesco per Arianna, cercando di attenuare la paura che gli ordini delle guardie causano in lei. Le donne vengono spogliate, disinfettate e rasate, quindi mandate alle docce: se osano opporsi, muoiono. Il ricordo è talmente vivo che, pur essendo passati molti anni, Arianna non riesce ancora a lasciarsi cadere sulla testa il getto diretto della doccia. Tremendo l’imbarazzo delle donne di esporre il loro corpo nudo agli sguardi divertiti delle guardie; sensazione inferiore forse solo alla paura. Le detenute vengono infine condotte alla loro baracca, con i letti a castello di tre piani, nei quali manca il respiro.
Tutti i giorni sveglia alle quattro, corsa alle latrine quindi l’appello: qui come non mai risuona quella parola il cui significato la piccola si è fatta svelare dalla mamma: Stück. Arianna ha solo undici anni e, in base alle regole vigenti nel campo, in quanto bambina dovrebbe essere separata dalle prigioniere adulte. Le viene in soccorso la sua altezza e un viso che sembra più maturo della sua età; inoltre le sorelle fanno di tutto per farla sembrare più grande. Il trucco per tre mesi funziona.
Anche il rancio non è certamente dei migliori: per colazione viene servita una imprecisata bevanda nerastra con del pane nero ogni due o tre giorni. A pranzo una zuppa di rape o di orzo e per cena, da consumarsi rigorosamente nella baracca, patate lesse, spesso fredde e con la buccia. Ad Arianna viene tatuato il numero che dovrà imparare a memoria se non vuole essere uccisa: 89219.
Dopo qualche giorno la bambina viene sottoposta insieme alla sorella Lea a un’ulteriore selezione: è un medico affabile, sempre sorridente, che divide le prigioniere in due file. Lea e Arianna fortunatamente sono inserite nella fila giusta; le altre, scoprirà dopo qualche tempo, vengono avviate alle camere a gas. Il dottore che si è rivolto loro in maniera così gentile non è altri che Josef Mengele.
Infinite e indicibili sono le efferatezze che vengono compiute ad Auschwitz. Giudicata inammissibile la presenza di anziani e neonati che vengono subito eliminati nei modi più crudeli. Arianna assiste nella notte ad un parto all’interno della baracca, con una giovane che, aiutata dalle donne più esperte, tra mille timori e accortezze dà alla luce un maschietto sano e vispo. Fortunatamente Arianna non assisterà l’indomani alla scoperta del bimbo da parte delle guardie e alla sua inesorabile eliminazione.
Il 27 settembre 1944, dopo che la bambina con le sorelle ha appena festeggiato mestamente il compleanno della mamma, vi è una nuova selezione: stavolta il trucco non riesce e Arianna viene separata dalla mamma che le rivolge parole di rassicurazione e di coraggio prima che venga condotta nel Kinderblock. Dopo qualche mese Arianna riuscirà a vedere di nuovo da lontano sua madre, alla quale farà avere un biglietto traboccante di affetto. A novembre, in maniera rocambolesca, riesce ad incontrarla al di qua della recinzione e le dà una scatoletta di cibo che ha tenuto da parte proprio per lei. Per l’ultima volta le dita ruvide della mamma piagate dal lavoro le accarezzano il viso. La bambina assapora ogni singolo istante di quel contatto rubato. Mentre racconta, sostiene di provare ancora la sensazione fisica di quelle ultime carezze. A distanza di tanti anni Arianna rivela di essere sopravvissuta a una serie impressionante di soprusi, maltrattamenti e privazioni solo grazie alla speranza, una volta libera, di riabbracciare sua madre.
Nel gennaio del 1945, a causa dell’avanzamento degli eserciti nemici, i tedeschi cominciano a sgomberare i campi, fra i quali anche Auschwitz. Arianna ricorda questa esperienza come una vera e propria marcia della morte, capace di mietere ancora più vittime di quante ne morissero quotidianamente nel campo di sterminio. Sono tre giorni di estenuante cammino nella neve fino alle ginocchia, di rado i prigionieri vengono fatti fermare per poi subito ripartire. Non c’è tregua. Chi si azzarda ad accovacciarsi, come succede alle donne a causa della spossatezza, viene aggredito dai terribili cani, ai quali talvolta i turpi aguzzini ordinano di sbranare qualche sventurato come feroce passatempo. Arianna subisce il parziale congelamento del piede destro, tuttavia la sorte le si dimostra amica rispetto a quanto capita agli altri bambini che perdono tutti la vita nel penoso cammino. Finalmente i superstiti sono assiepati in un vagone bestiame senza acqua. E qui, contro ogni logica, accade ancora il miracolo della vita: nella notte su quel vagone nasce un bambino a cui purtroppo il mattino successivo tocca un destino orribile: scoperta la sua presenza da una delle guardie, il neonato viene gettato nella neve con il treno in movimento. La madre impazzisce dal dolore.
Dopo un breve transito a Ravensbruck il convoglio giunge a Bergen-Belsen, altro famigerato teatro di inenarrabili atrocità. Qui Arianna, suo malgrado, fa la conoscenza di Irma Grese, “la bella bestia”, amante del dottor Josef Kramer, il comandante del campo. Più spietata delle guardie stesse, nel corso della sua permanenza nel lager la Grese viene ricordata per come amasse infierire con sadismo sui prigionieri ormai ridotti pelle e ossa, senza distinzione di età o di sesso. A questa criminale è legato uno dei tanti angoscianti ricordi di Arianna: essendo una delle poche bambine superstiti al viaggio della morte, di giorno si aggira tra le baracche, quando all’improvviso viene intercettata da quella spietata nazista. In modo sprezzante la donna le chiede che cosa ci faccia in giro a bighellonare, dopodiché estrae la pistola e gliela punta contro. Caso vuole che in quel momento passino di lì due soldati che si mettono a fare apprezzamenti nei confronti della Grese la quale, distratta nella sua ignobile occupazione, li segue e lascia perdere la ragazzina.
Sono notti terribili, molte donne muoiono di stenti. Arianna si trova vicino ad un’anziana ormai allo stremo e non può fare altro che assistere al suo decesso. Accertatasi che la donna non dà più segni di vita, per fame, per disperazione (motivo per cui ancora oggi avverte un insanabile senso di colpa), la ragazzina le sottrae una fetta di pane e il suo paio di scarpe, ancora in buono stato. Le giornate non sono meno inclementi delle notti. Arianna avverte una sete tremenda, tanto che un mattino trova una vasca in cui galleggia un cadavere. Non sa resistere all’arsura e beve quel liquido contaminato, cosa che le provoca un’inevitabile dissenteria. Ma sono gli ultimi giorni di prigionia, lo rivelano i bagliori della controffensiva alleata che sta liberando a poco a poco tutti i campi di sterminio.
Finalmente il 15 aprile 1945 tocca anche a Bergen-Belsen. Inutile ribadire l’orrore che si spalanca davanti agli occhi dei liberatori, così come testimoniato dai tanti documentari che hanno raccontato nel corso degli anni quest’immane tragedia. I pochi sopravvissuti somigliano a stracci sbatacchiati dal vento, i loro occhi sono opachi. Gli scheletri che hanno ancora la forza di muoversi lo fanno lentamente, o restano accovacciati, incapaci di alzarsi, perfino di allungare una mano verso chi vorrebbe aiutarli, impercettibilmente vivi rispetto ai cadaveri di cui è disseminato il campo. Al momento della liberazione Arianna Szörényi ha la febbre alta e a chi raccoglie il suo corpicino, la piccola presenta una sequenza impressionante di malanni: dissenteria acuta, pleurite, tifo petecchiale, scabbia tra le dita, sospetta tubercolosi e il piede destro congelato. Pesa solo 18 kg. La prigionia ha lasciato tracce indelebili sul suo corpo e sulla sua mente. Viene trasportata immediatamente in ospedale, ma le sue condizioni paiono critiche. Le viene amputato mezzo alluce destro per evitare la cancrena poi, piano piano, le cure cominciano a fare effetto. Rimane in ospedale per cinque mesi. Curioso particolare: il suo cognome viene storpiato nei modi più fantasiosi e a causa di ciò la sua storia verrà messa più volte in discussione, finché Arianna non verrà inequivocabilmente riconosciuta come la tredicesima bambina sopravvissuta ad Auschwitz.
A settembre viene fatta rimpatriare, prima a Merano, poi all’ospedale di Udine, infine a San Daniele. Arianna non sta più nella pelle, non vede l’ora di realizzare il desiderio che l’ha animata e tenuta in vita per tutti quei mesi spaventosi, quello di rivedere sua madre e i suoi cari. Non appena giunta a casa, viene riabbracciata da Edith, la sorella che ha evitato la deportazione, e da Dino, unico superstite dei suoi fratelli: entrambi tristemente le rivelano di non avere notizie dei loro familiari. È il dolore più atroce, superiore alla prigionia ad Auschwitz, più acuto e penetrante del ghiaccio che si è fatto strada nel suo piede durante la marcia della morte; la scheggia nelle carni che non ha mai smesso di farle male per il resto della sua vita. La prova definitiva della fine di sette dei suoi familiari la avrà solo nel 1953, quando consulterà l’elenco dei sopravvissuti ai campi di sterminio stilato dall’ANED (Associazione Nazionale Ex Deportati).
Ironia della sorte, quando Dino e Arianna tentano di raccontare la loro storia, la gente si mostra incredula e ribatte con frasi come «Tu esageri!», «Sei matta!», quasi volesse dimenticare l’accaduto come condizione indispensabile per ricominciare a vivere e a sperare. È il destino che tocca a molti internati dei campi di sterminio, motivo per cui la stragrande maggioranza di loro si chiuderà nel silenzio con conseguenze spesso fatali.
Arianna viene affidata all’orfanotrofio. Ha incubi continui e non trova la completa solidarietà del personale dell’istituto. Per fortuna la madre superiora si mostra sensibile verso di lei, prova a comprendere il carico insostenibile di sofferenza che la affligge e svolge un ruolo materno nei suoi confronti. Come estremo colpo di coda del destino il primo giorno di scuola Arianna si ritrova in banco, neanche a farlo apposta, con la figlia del delatore, responsabile della deportazione e della morte dei suoi cari. Non può trattenersi: «Tu sei la figlia di un assassino!» I genitori della ragazza si presentano all’orfanotrofio pretendendo le sue scuse, ma invano: la madre superiora li liquida con poche parole e raccoglie il pianto sconsolato di Arianna.
Trascorrono gli anni, Arianna consegue il diploma di Avviamento professionale e nel 1952 può finalmente lasciare l’orfanotrofio. Decide di abbandonare San Daniele, troppi i ricordi, troppo grande il dolore. Si trasferisce a Milano dove inizia a lavorare alla Rinascente. Conosce un uomo buono e comprensivo, con cui si sposa nel 1960. Da questo matrimonio nasceranno i suoi tre figli che le daranno sette nipoti. «È un po’ come se la vita mi avesse risarcita», ama dire con un sorriso amaro, «sette persone ho perduto a causa dell’odio ad Auschwitz-Birkenau, sette persone mi sono state restituite dall’amore.»
A cura del Prof. Davide Di Giuseppe
Arianna nasce a Fiume nel 1933 da padre ebreo e madre cattolica, entrambi di origini ungheresi. È la più piccola di una famiglia numerosa e allegra di cui fanno parte anche sette fratelli, tutti battezzati: Dino, Carlo, Stella, Daisy, Rosetta, Lea ed Edith. Pieni di tenerezza sono gli anni della sua infanzia, segnati dall’affetto smisurato di una famiglia così bella. Le leggi razziali del ’38 tuttavia interrompono bruscamente l’idillio familiare e spezzano questa invidiabile armonia. Il padre di Arianna viene immediatamente licenziato dalla banca presso cui lavora e gli Szörényi vengono sfollati a San Daniele del Friuli dove già vive Edith, la sorella maggiore, che si è sposata con un italiano. Qui la vita sembra riprendere il suo corso normale, senz’altro più modesto, ma tutto sommato sereno. Il padre e i fratelli trovano lavoro come operai nella fabbrica Todt di Osoppo, Arianna e le sorelle vanno a scuola e si distinguono per educazione e intelligenza.
Il 16 giugno 1944 Arianna viene svegliata alle cinque del mattino nel modo più amorevole possibile dalla mamma sul cui viso, però, sono evidenti i segni di un’indicibile apprensione: a causa della delazione di un impiegato comunale tutta la famiglia viene deportata prima al Comando SS di Udine poi alla Risiera di San Sabba a Trieste. È il punto di non ritorno, da questo momento le parole d’amore, le uniche che Arianna aveva conosciuto, si trasformano in parole cariche d’odio con cui i suoi aguzzini si rivolgono a lei e ai suoi cari in una lingua straniera, a cominciare da una delle più ricorrenti, Stück (“pezzo”), con cui i tedeschi freddamente catalogano i prigionieri.
«Perché ci trattano male, mamma? Che cosa abbiamo fatto?» Domande che nella loro ingenuità non riescono a trovare risposta. A San Sabba nella notte alle minacce fanno seguito torture e uccisioni, è l’inizio dell’orrore.
Il 22 luglio gli Szörényi vengono deportati ad Auschwitz-Birkenau, dopo sei giorni di viaggio infame nei vagoni della morte. Qui immediatamente gli uomini sono separati dalle donne e Arianna non avrà più notizie del padre e dei fratelli. Insieme alla mamma e alle sorelle viene condotta al Waschraum (“docce”) di cui si sono sentiti racconti terribili. La mamma traduce con dolcezza dal tedesco per Arianna, cercando di attenuare la paura che gli ordini delle guardie causano in lei. Le donne vengono spogliate, disinfettate e rasate, quindi mandate alle docce: se osano opporsi, muoiono. Il ricordo è talmente vivo che, pur essendo passati molti anni, Arianna non riesce ancora a lasciarsi cadere sulla testa il getto diretto della doccia. Tremendo l’imbarazzo delle donne di esporre il loro corpo nudo agli sguardi divertiti delle guardie; sensazione inferiore forse solo alla paura. Le detenute vengono infine condotte alla loro baracca, con i letti a castello di tre piani, nei quali manca il respiro.
Tutti i giorni sveglia alle quattro, corsa alle latrine quindi l’appello: qui come non mai risuona quella parola il cui significato la piccola si è fatta svelare dalla mamma: Stück. Arianna ha solo undici anni e, in base alle regole vigenti nel campo, in quanto bambina dovrebbe essere separata dalle prigioniere adulte. Le viene in soccorso la sua altezza e un viso che sembra più maturo della sua età; inoltre le sorelle fanno di tutto per farla sembrare più grande. Il trucco per tre mesi funziona.
Anche il rancio non è certamente dei migliori: per colazione viene servita una imprecisata bevanda nerastra con del pane nero ogni due o tre giorni. A pranzo una zuppa di rape o di orzo e per cena, da consumarsi rigorosamente nella baracca, patate lesse, spesso fredde e con la buccia. Ad Arianna viene tatuato il numero che dovrà imparare a memoria se non vuole essere uccisa: 89219.
Dopo qualche giorno la bambina viene sottoposta insieme alla sorella Lea a un’ulteriore selezione: è un medico affabile, sempre sorridente, che divide le prigioniere in due file. Lea e Arianna fortunatamente sono inserite nella fila giusta; le altre, scoprirà dopo qualche tempo, vengono avviate alle camere a gas. Il dottore che si è rivolto loro in maniera così gentile non è altri che Josef Mengele.
Infinite e indicibili sono le efferatezze che vengono compiute ad Auschwitz. Giudicata inammissibile la presenza di anziani e neonati che vengono subito eliminati nei modi più crudeli. Arianna assiste nella notte ad un parto all’interno della baracca, con una giovane che, aiutata dalle donne più esperte, tra mille timori e accortezze dà alla luce un maschietto sano e vispo. Fortunatamente Arianna non assisterà l’indomani alla scoperta del bimbo da parte delle guardie e alla sua inesorabile eliminazione.
Il 27 settembre 1944, dopo che la bambina con le sorelle ha appena festeggiato mestamente il compleanno della mamma, vi è una nuova selezione: stavolta il trucco non riesce e Arianna viene separata dalla mamma che le rivolge parole di rassicurazione e di coraggio prima che venga condotta nel Kinderblock. Dopo qualche mese Arianna riuscirà a vedere di nuovo da lontano sua madre, alla quale farà avere un biglietto traboccante di affetto. A novembre, in maniera rocambolesca, riesce ad incontrarla al di qua della recinzione e le dà una scatoletta di cibo che ha tenuto da parte proprio per lei. Per l’ultima volta le dita ruvide della mamma piagate dal lavoro le accarezzano il viso. La bambina assapora ogni singolo istante di quel contatto rubato. Mentre racconta, sostiene di provare ancora la sensazione fisica di quelle ultime carezze. A distanza di tanti anni Arianna rivela di essere sopravvissuta a una serie impressionante di soprusi, maltrattamenti e privazioni solo grazie alla speranza, una volta libera, di riabbracciare sua madre.
Nel gennaio del 1945, a causa dell’avanzamento degli eserciti nemici, i tedeschi cominciano a sgomberare i campi, fra i quali anche Auschwitz. Arianna ricorda questa esperienza come una vera e propria marcia della morte, capace di mietere ancora più vittime di quante ne morissero quotidianamente nel campo di sterminio. Sono tre giorni di estenuante cammino nella neve fino alle ginocchia, di rado i prigionieri vengono fatti fermare per poi subito ripartire. Non c’è tregua. Chi si azzarda ad accovacciarsi, come succede alle donne a causa della spossatezza, viene aggredito dai terribili cani, ai quali talvolta i turpi aguzzini ordinano di sbranare qualche sventurato come feroce passatempo. Arianna subisce il parziale congelamento del piede destro, tuttavia la sorte le si dimostra amica rispetto a quanto capita agli altri bambini che perdono tutti la vita nel penoso cammino. Finalmente i superstiti sono assiepati in un vagone bestiame senza acqua. E qui, contro ogni logica, accade ancora il miracolo della vita: nella notte su quel vagone nasce un bambino a cui purtroppo il mattino successivo tocca un destino orribile: scoperta la sua presenza da una delle guardie, il neonato viene gettato nella neve con il treno in movimento. La madre impazzisce dal dolore.
Dopo un breve transito a Ravensbruck il convoglio giunge a Bergen-Belsen, altro famigerato teatro di inenarrabili atrocità. Qui Arianna, suo malgrado, fa la conoscenza di Irma Grese, “la bella bestia”, amante del dottor Josef Kramer, il comandante del campo. Più spietata delle guardie stesse, nel corso della sua permanenza nel lager la Grese viene ricordata per come amasse infierire con sadismo sui prigionieri ormai ridotti pelle e ossa, senza distinzione di età o di sesso. A questa criminale è legato uno dei tanti angoscianti ricordi di Arianna: essendo una delle poche bambine superstiti al viaggio della morte, di giorno si aggira tra le baracche, quando all’improvviso viene intercettata da quella spietata nazista. In modo sprezzante la donna le chiede che cosa ci faccia in giro a bighellonare, dopodiché estrae la pistola e gliela punta contro. Caso vuole che in quel momento passino di lì due soldati che si mettono a fare apprezzamenti nei confronti della Grese la quale, distratta nella sua ignobile occupazione, li segue e lascia perdere la ragazzina.
Sono notti terribili, molte donne muoiono di stenti. Arianna si trova vicino ad un’anziana ormai allo stremo e non può fare altro che assistere al suo decesso. Accertatasi che la donna non dà più segni di vita, per fame, per disperazione (motivo per cui ancora oggi avverte un insanabile senso di colpa), la ragazzina le sottrae una fetta di pane e il suo paio di scarpe, ancora in buono stato. Le giornate non sono meno inclementi delle notti. Arianna avverte una sete tremenda, tanto che un mattino trova una vasca in cui galleggia un cadavere. Non sa resistere all’arsura e beve quel liquido contaminato, cosa che le provoca un’inevitabile dissenteria. Ma sono gli ultimi giorni di prigionia, lo rivelano i bagliori della controffensiva alleata che sta liberando a poco a poco tutti i campi di sterminio.
Finalmente il 15 aprile 1945 tocca anche a Bergen-Belsen. Inutile ribadire l’orrore che si spalanca davanti agli occhi dei liberatori, così come testimoniato dai tanti documentari che hanno raccontato nel corso degli anni quest’immane tragedia. I pochi sopravvissuti somigliano a stracci sbatacchiati dal vento, i loro occhi sono opachi. Gli scheletri che hanno ancora la forza di muoversi lo fanno lentamente, o restano accovacciati, incapaci di alzarsi, perfino di allungare una mano verso chi vorrebbe aiutarli, impercettibilmente vivi rispetto ai cadaveri di cui è disseminato il campo. Al momento della liberazione Arianna Szörényi ha la febbre alta e a chi raccoglie il suo corpicino, la piccola presenta una sequenza impressionante di malanni: dissenteria acuta, pleurite, tifo petecchiale, scabbia tra le dita, sospetta tubercolosi e il piede destro congelato. Pesa solo 18 kg. La prigionia ha lasciato tracce indelebili sul suo corpo e sulla sua mente. Viene trasportata immediatamente in ospedale, ma le sue condizioni paiono critiche. Le viene amputato mezzo alluce destro per evitare la cancrena poi, piano piano, le cure cominciano a fare effetto. Rimane in ospedale per cinque mesi. Curioso particolare: il suo cognome viene storpiato nei modi più fantasiosi e a causa di ciò la sua storia verrà messa più volte in discussione, finché Arianna non verrà inequivocabilmente riconosciuta come la tredicesima bambina sopravvissuta ad Auschwitz.
A settembre viene fatta rimpatriare, prima a Merano, poi all’ospedale di Udine, infine a San Daniele. Arianna non sta più nella pelle, non vede l’ora di realizzare il desiderio che l’ha animata e tenuta in vita per tutti quei mesi spaventosi, quello di rivedere sua madre e i suoi cari. Non appena giunta a casa, viene riabbracciata da Edith, la sorella che ha evitato la deportazione, e da Dino, unico superstite dei suoi fratelli: entrambi tristemente le rivelano di non avere notizie dei loro familiari. È il dolore più atroce, superiore alla prigionia ad Auschwitz, più acuto e penetrante del ghiaccio che si è fatto strada nel suo piede durante la marcia della morte; la scheggia nelle carni che non ha mai smesso di farle male per il resto della sua vita. La prova definitiva della fine di sette dei suoi familiari la avrà solo nel 1953, quando consulterà l’elenco dei sopravvissuti ai campi di sterminio stilato dall’ANED (Associazione Nazionale Ex Deportati).
Ironia della sorte, quando Dino e Arianna tentano di raccontare la loro storia, la gente si mostra incredula e ribatte con frasi come «Tu esageri!», «Sei matta!», quasi volesse dimenticare l’accaduto come condizione indispensabile per ricominciare a vivere e a sperare. È il destino che tocca a molti internati dei campi di sterminio, motivo per cui la stragrande maggioranza di loro si chiuderà nel silenzio con conseguenze spesso fatali.
Arianna viene affidata all’orfanotrofio. Ha incubi continui e non trova la completa solidarietà del personale dell’istituto. Per fortuna la madre superiora si mostra sensibile verso di lei, prova a comprendere il carico insostenibile di sofferenza che la affligge e svolge un ruolo materno nei suoi confronti. Come estremo colpo di coda del destino il primo giorno di scuola Arianna si ritrova in banco, neanche a farlo apposta, con la figlia del delatore, responsabile della deportazione e della morte dei suoi cari. Non può trattenersi: «Tu sei la figlia di un assassino!» I genitori della ragazza si presentano all’orfanotrofio pretendendo le sue scuse, ma invano: la madre superiora li liquida con poche parole e raccoglie il pianto sconsolato di Arianna.
Trascorrono gli anni, Arianna consegue il diploma di Avviamento professionale e nel 1952 può finalmente lasciare l’orfanotrofio. Decide di abbandonare San Daniele, troppi i ricordi, troppo grande il dolore. Si trasferisce a Milano dove inizia a lavorare alla Rinascente. Conosce un uomo buono e comprensivo, con cui si sposa nel 1960. Da questo matrimonio nasceranno i suoi tre figli che le daranno sette nipoti. «È un po’ come se la vita mi avesse risarcita», ama dire con un sorriso amaro, «sette persone ho perduto a causa dell’odio ad Auschwitz-Birkenau, sette persone mi sono state restituite dall’amore.»


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