La tredicesima bambina sopravvissuta ad Auschwitz

Arianna Szõrény nasce il 15 aprile 1933 a Fiume, allora città italiana. Suo padre è ebreo, sua madre cattolica; entrambi lavorano in banca e insieme crescono otto figli: Dino, Carlo, Stella, Daisy, Rosea, Lea, Arianna ed Edith, tutti battezzati. L’infanzia di Arianna è serena, piena di affetto e stabilità economica, fino a quando nel 1938 vengono emanate le leggi razziali, norme discriminatorie che escludono gli ebrei dalla vita civile e lavorativa. A causa di queste leggi, il padre viene licenziato.

Nel 1943, per sfuggire ai bombardamenti, la famiglia si trasferisce a San Daniele del Friuli, dove vive Edith, la figlia maggiore. Qui il padre e i due figli maschi trovano lavoro presso la fabbrica Todt di Osoppo. Ma il 16 gennaio 1944, a causa di una delazione – una denuncia fatta volontariamente, spesso in cambio di denaro o favori dai nazisti – la famiglia viene catturata. Arianna ricorda ancora quel momento: erano le 5:45, dormiva nel letto con i genitori quando un soldato sollevò la coperta con un calcio dello stivale. La madre la vestì in fretta, mentre un soldato armato la fissava dalle scale. Il padre mostrò i certificati di battesimo dei figli, ma non servì a nulla. Furono caricati su due camion e portati prima a Udine, poi alla Risiera di San Sabba. Daisy, una delle sorelle, lasciò cadere un bigliettino per il fidanzato Leo, dicendogli di non preoccuparsi. Lui la attese per sei anni, poi, non avendo più notizie, ricostruì la sua vita.

Il 12 giugno 1944 la famiglia viene deportata ad Auschwitz-Birkenau. Il viaggio dura sei giorni, in condizioni disumane: fame, sete, soffocamento. Molti muoiono. Durante la conferenza è stata usata una metafora per descrivere questa condizione: come Ulisse intrappolato nella grotta di Polifemo, anche chi entrava ad Auschwitz si trovava in un luogo dove non esistevano più le leggi umane, ma solo la violenza.

All’arrivo, le donne vengono spogliate, disinfettate, rasate e mandate alle docce, molte delle quali erano in realtà camere a gas. I corpi venivano rimossi da altri prigionieri, costretti a pulire e nascondere i resti. Ai deportati veniva tolto tutto: occhiali, protesi, scarpe, giocattoli, dignità. La madre di Arianna, bellissima e forte, diventa per lei un filtro emotivo. Come dice Massimo Recalcati: “Il volto della madre è il volto del mondo”, perché attraverso quel volto un bambino impara a leggere la realtà. Per Arianna, quel volto era l’unico appiglio in un inferno senza regole.

Arianna, la madre e le sorelle vengono separate dal padre e dai fratelli. Dormono in baracche con letti a castello su tre piani, tre persone per ogni tavolaccio. Ogni giorno la sveglia è alle quattro, poi le latrine e l’appello. Durante l’appello ci si dispone cinque a cinque e i deportati vengono chiamati Stück, cioè “pezzo”. Sul vestiario viene cucito un numero: quello di Arianna è 89219, che la madre le insegna a leggere in tedesco. I pasti sono tre: una bevanda nera al mattino, una zuppa di orzo o rape a pranzo, patate lesse fredde a cena. Il pane nero veniva distribuito ogni due o quattro giorni.

Arianna riesce a sfuggire per sette volte a Josef Mengele, il medico nazista che conduceva esperimenti crudeli su gemelli, bambini e persone con malformazioni. Lui decideva chi vivere e chi morire. In mezzo all’orrore, Arianna conserva un ricordo dolcissimo: il 22 settembre, compleanno della madre, lei e le sorelle recuperarono un minuscolo quadratino di cioccolato, lo divisero in sei parti e festeggiarono così. Un gesto piccolo, ma immenso. 

Arianna viene poi trasferita nel Kinderblock, dove il cibo è leggermente migliore. Ma lei non mangia: conserva tutto in una scatoletta per darlo alla madre. L’ultimo incontro avviene quando la vede lavorare in un campo. Si scambiano un sorriso, un cenno, un attimo di speranza. Non sapevano che sarebbe stato l’ultimo.

Quando i nazisti iniziano a ritirarsi, i prigionieri vengono costretti a una marcia della morte di tre giorni. Daisy cade, viene aggredita da un cane lupo e muore per infezione. Durante il viaggio, una giovane donna partorisce. Un soldato trova il neonato e lo getta dalla finestra del vagone, facendolo scomparire nella neve.

Arianna viene poi trasferita a Ravensbrück e infine a Bergen-Belsen, dove incontra Irma Grese, detta “la bestia di Belsen”, una guardiana crudele. Un giorno le punta una pistola alla testa, ma due soldati la distraggono e Arianna riesce a scappare. Il 15 aprile 1945 il campo viene liberato dalle truppe britanniche. Molti prigionieri, ormai debilitati, muoiono per aver mangiato troppo in fretta il cibo distribuito. Arianna pesa 18 kg, ha il piede destro congelato e la scabbia. Viene ricoverata e le amputano metà dell’alluce. Dopo cinque mesi lascia l’ospedale.

Il 9 settembre 1945 Arianna torna a San Daniele. Ritrova Edith e Dino, gli unici sopravvissuti. Il dolore più grande è scoprire che la madre non tornerà mai più. Arianna soffre di incubi, scatti d’ira, traumi profondi. La sorella, incapace di gestirla, la manda in un orfanotrofio. Un giorno, a scuola, urla alla compagna di banco – figlia di un uomo che aveva ucciso i suoi genitori – che era “figlia di un assassino”. I genitori pretendono scuse, ma la madre superiora la difende.

Nel 1952, a 19 anni, Arianna lascia l’orfanotrofio e si trasferisce a Milano. Lavora alla Rinascente, conosce suo marito, costruisce una nuova famiglia: tre figli e sette nipoti. Alla fine di ogni testimonianza ripete: “Sette persone strappate e perdute, sette persone donate alla vita”.

La storia di Arianna non è solo un ricordo del passato: è un monito per il presente. Ci insegna che l’odio cresce nel silenzio e nell’indifferenza, e che la memoria è l’unico strumento che abbiamo per impedire che l’umanità cada di nuovo negli stessi abissi.
Ricordare non significa guardare indietro: significa proteggere il futuro.

Alice Picheca (3ALAV)