Il 23 Gennaio 2026 ho partecipato a una bellissima conferenza legata alla giornata della memoria tenutasi all’Archivio di Stato di Pallanza. Ho potuto incontrare il prof. Giuseppe Mendicino, biografo di Mario Rigoni Stern, grande scrittore che ha a sua volta vissuto le atrocità della guerra e della prigionia: un giovane ragazzo che, dopo essere diventato alpino, si ritrovò a combattere e a disobbedire, dopo la disastrosa ritirata dalla campagna Russia, descritta nel capolavoro “Sergente nella neve”.
L’8 Settembre, mentre tentava di tornare a casa, Stern venne fermato dai fascisti ai confini con l’Austria, insieme agli altri suoi commilitoni. Quando gli venne chiesto se volesse continuare a combattere sotto la Repubblica di Salò, Rigoni, che aveva già conosciuto l’inutilità della guerra, disse di no e venne imprigionato. Dopo venti mesi di prigionia, fuggì nell’ Aprile del ‘45.
Finita la guerra si dedicò allo studio degli autori sconosciuti durante il fascismo, oltre che al completamento della stesura degli avvenimenti russi. Nel 1953 uscì “Sergente nella neve”, grande capolavoro che descrive la ritirata in Russia. Si sposò ed ebbe figli, trovò un lavoro e continuò la sua vita, incapace però di dimenticare i fatti che lo avevano coinvolto. Continuerà a scrivere, ricordare e a professare l’importanza di saper dire di no, di non ignorare le ingiustizie. Grande amico di Primo Levi, amicizia che manterrà sempre, con lettere e incontri.
Grande amante della montagna e del suo altipiano, un vero naturalista che difendeva a spada tratta la natura e l’ambiente, criticando la nascita del turismo e, quindi, di costruzioni sempre più azzardate. “Vediamo sorgere ad Asiago condomini di dieci appartamenti o anche più, villette da sette nani; e boschi lordati da frantumi di bottiglie e involti di plastica; alberi, fiori, funghi strappati”.
L’autore conserverà fino alla fine l’amore verso la natura, continuando a fare l’orto, a sciare e soprattutto a scrivere. Morirà nel 2008, in una bella mattina di primavera.
Nella conferenza sono stati approfonditi i tanti legami che congiungono Stern a Pallanza: dalla famiglia della zia, fino alla fidanzatina a cui scriveva mentre era in Russia. Piccoli collegamenti che mi avvicinano, forse, a questo autore.
Io ho sempre amato la penna di Rigoni Stern, per varie ragioni. Le storie che scrive non sono “condite” con aggettivi, egli descrive infatti i fatti oggettivi, schietti e duri. Non significa che sia però un manuale di storia, anzi. Grazie a questo suo stile e alla sua schiettezza, l’orrore dei fatti riportati, la bellezza di una montagna o di un bosco alpino, l’adrenalina della caccia non solo vengono ben descritti, ma soprattutto si percepiscono le vere emozioni, le stesse che si potrebbero provare se noi ci trovassimo nelle stesse situazioni.
Non sapevamo ancora delle camere a gas e di quello che succedeva nei campi di sterminio, né degli esperimenti che i medici tedeschi facevano su centinaia di ebrei e di prigionieri e donne russe. Non sapevamo. Ma avevamo visto le fosse comuni in Ucraina, le donne ebree costrette a pulire nella tormenta le stazioni ferroviarie polacche, i partigiani impiccati, i prigionieri russi che venivano mitragliati. I bambini affamati.
Com’era triste il mio animo in quell’estate del 1943, che macigno pesava sul cuore. No, non avevo rimorsi per come mi ero comportato nelle battaglie; quando mi avevano ordinato di uccidere e non era necessario, avevo disubbidito. Ora, verso la fine della mia vita, posso dire che sono più quelli che ho salvato di quelli che ho ucciso.
(da L’ultima partita a carte)
