mercoledì 30 maggio 2018

Ritiro dall'insegnamento

Dato che un insegnante storico della nostra scuola, il professor Gavianu, sta per andare in pensione, noi abbiamo pensato di intervistarlo per raccogliere idee, pareri e aspettative sulla sua carriera scolastica e sul suo futuro. Quanto segue è una rielaborazione delle sue risposte.

Perchè ha intrapreso la carriera di insegnante?
L’insegnamento non è stato un ripiego, ma una scelta spontanea fatta per amore della letteratura e dell’umanesimo legato alla cultura. È stato fin dall’inizio un’esperienza positiva di arricchimento e confronto anche grazie al legame tra pedagogia, scuola e letteratura, tutte e tre presenti contemporaneamente.

Come sono cambiati la scuola, il rapporto con gli alunni e il modo di insegnare negli anni?
La scuola italiana non è cambiata molto ma è rimasta abbastanza statica, anche se sono aumentate le attività dispersive, che sono positive ma tolgono tempo alle discipline che fondano il liceo. La scuola, anche a causa di queste attività, sembra quasi “colonizzata” dall’esterno, quasi a voler dare un immediato futuro nelle attività pratiche. La scuola dovrebbe dare delle basi elevate ma solide, si dovrebbero fare poche cose ma bene. Il rapporto con le classi e gli alunni è simile al passato, i mutamenti sono solo della “schiuma di superficie”, altrimenti non avrebbe neanche senso studiare il passato per costruire il futuro. Con il tempo sono mutati soprattutto gli strumenti di cui si dispone, il metodo di insegnamento è molto simile al passato ma viene aiutato dalla tecnologia, che aumenta le possibilità e la rapidità di informazione, come sostenuto anche da Eco.

Cosa le piace dell’insegnamento?
La lettura critica dei testi insieme a un’interpretazione comunitaria su basi comuni su cui si fonda il confronto tra studenti e insegnante, che non deve imporre nulla. Tutti devono intervenire durante il confronto, che va compiuto anche con altre fonti artistiche, per esempio un quadro di Friedrich per spiegare l’arte romantica. Il manuale è uno strumento, ma non il fine dell’insegnamento, serve a fornire un dato immediato su cui discutere. Il conflitto interpersonale diventa quindi quasi indispensabile durante un confronto, in cui tutti hanno il diritto di sbagliare. La scuola serve a rafforzare il dialogo e il linguaggio anche con sé.

Cosa si porterà in pensione di questa sua esperienza da insegnante?
La continuità dell’attività intellettuale, che non si interromperà ma proseguirà quasi in otium letterario, oltre che il ricordo di alunni e colleghi.

C’è un momento, una classe o altro relativo alla sua carriera che ricorda con maggior piacere?
Con molte classi c’è stato un rapporto positivo, simile a quello tra attore e pubblico. Con alunni e colleghi si crea un bel rapporto quando c’è qualcosa in comune che va oltre al semplice rapporto scolastico, ma si hanno valori intellettuali ed emotivi condivisi. Anche se è passato molto tempo, ci sono ancora ricordi positivi.

Come si sente a terminare con l’insegnamento scolastico?
Non c’è discontinuità perché ci saranno ancora incontri con alunni e colleghi. Il lavoro però sarà sicuramente alleggerito per la mancanza dei compiti da correggere e l’assenza della burocrazia che ormai invade la scuola. L’attività intellettuale però sarà la stessa.


Federico Grilli (4A)