La scuola è vita: una riflessione a partire da Antonio Gramsci (parte II)

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Lo studio come lavoro

Nel precedente articolo, oltre ad illustrare in maniera essenziale la riflessione filosofica di Antonio Gramsci, ho evidenziato come per lui la scuola debba essere “disinteressata”, non legata ad alcun bisogno materiale immediato, non finalizzata ad un singolo mestiere, ma con il fine di sviluppare un pensiero critico, una capacità logica.
La scuola deve essere anche unitaria, non devono esserci divisioni tra scuole umanistiche, tecniche e professionali. Ogni scuola deve unire l’aspetto tecnico e culturale.

Gramsci parla di studio come lavoro vero e proprio, va contro chi pensa che la scuola debba essere facilitata, come un gioco; la fatica dello studio è esercizio in sé, è un regime psico-fisico necessario. Questa fatica è strumento di emancipazione: solo attraverso il rigore e l’impegno nello studio le classi popolari potranno acquisire gli strumenti per la lotta di classe, la lotta per contrastare la cultura predominante del capitale.

Riguardo all’insegnamento, Gramsci critica il modo in cui sono insegnate le materie umanistiche. Egli scrive: “i professori, i critici di professione hanno presa per arte ciò che era pura e semplice tappezzeria”. Della poesia vengono "presi per arte" gli endecasillabi, le rime, gli enjambement, la parafrasi, ma è davvero questo l’importante dell’arte poetica? Non è il significato allegorico dietro alla parola più poetico del significato metrico? Gramsci loda due professori realmente esistiti, ma, elogiandoli, non li definisce maestri, professori, insegnanti, specialisti o intenditori di poesia, li definisce collaboratori della poesia, lettori della poesia.
Qui sorge una nuova dimensione dell’insegnamento della poesia, quasi un rapporto di parità di fronte all'immensità di un testo poetico: sia colui che formalmente è insegnante, sia colui che formalmente è studente imparano al contempo dalla poesia, da loro stessi e l’uno dall’altro. Quando si rompe il vincolo formale dell’insegnamento nasce la poesia, perché diventa un viaggio oltre i sensi.

Riguardo alla storia invece, egli scrive: “Un fatto passato, per essere storia e non semplice segno grafico, documento materiale, strumento mnemonico, deve essere ripensato e in questo ripensamento si contemporaneizza, poiché la valutazione, l’ordine che si dà ai suoi elementi costitutivi dipendono necessariamente dalla coscienza 'contemporanea' di chi fa la storia anche passata, di chi ripensa il fatto passato”. Il compito della scuola in questo caso è quello di sviluppare la capacità di ripensare la storia, non deve insegnare una serie di date e nozioni tra loro sconnesse. Bisogna capire davvero chi sono coloro che la scuola designa come tiranni o eroi, cos’è davvero ciò che la scuola designa quale guerra sbagliata o giusta, violenza sbagliata o giusta. Bisogna costantemente considerare la posizione, anche diametralmente, opposta di ogni avvenimento, non con scetticismo, ma con spirito critico, con il fine di formare una propria idea, altrimenti non v’è che una massa di studenti conformi a un ideale prestabilito di insegnamento della storia, che magari sanno pur dire ogni singola data di ogni singolo avvenimento, ma non appena viene loro chiesta un'opinione riguardo ad un fatto storico, faticano, non riescono, è per loro troppo difficile. La storia è inutile se solamente letta da un libro di scuola, è utile solo se rapportata con il mondo odierno, se capita in fondo, se inquadrata. Qual è l’utilità di sapere che la Seconda guerra mondiale è finita nel 1945 se non si conoscono gli agenti della guerra, le società, le idee? Se non si conoscono le conseguenze di un avvenimento di tale portata nella società odierna? Se non lo si contemporaneizza?

Conclusioni

La scuola non è mai neutra: può essere strumento dell’egemonia esistente oppure l’inizio di quella nuova, preparando le basi per una futura società. Non si può parlare di scuola “apolitica”, poiché la scuola è intrinsecamente politica, che sia volontariamente o meno. D’altro canto, anche noi giovani dobbiamo agire, e sviluppare una coscienza politica che rispecchia i bisogni propri e altrui, per costruire una nuova società migliore, lasciando indietro tutto ciò che è marcio di quella odierna.
Studiamo i migliori pensatori di tutte le epoche, per poter sviluppare meglio le nostre idee, per prendere ispirazione.
Dobbiamo pensare in modo collettivo, non individualista: la società non è “io”, ma è 8 miliardi di persone.

Lettura consigliata: Antonio Gramsci, La scuola è vita, Garzanti

Jacopo Parissenti (3ALAV)